mercoledì 6 marzo 2013

white blue


OVVIO CHE FA FREDDO. Sapevo che avrebbe fatto freddo. Avrei dovuto sapere che avrebbe fatto freddo.
(...) e mi piaceva anche, il freddo, lo accoglievo felice, lo padroneggiavo.



Il penultimo capitolo di Eggers inizia così.

L'ho iniziato sul treno di ritorno, carico di una giornata di lavoro, venti ore prima.
In venti ore, poi, sono tornato a Massa, mi sono preparato qualcosa per cena, ho fatto una doccia e sono uscito di corsa. Ho cercato qualcuno in centro, non ho trovato nessuno.
Colpa del freddo, ovvio che fa freddo. E' scesa una perturbazione da nord, porta la neve.
Ho continuato a girare, mi sono spostato più a sud, ancora non ho trovato nessuno.

Quando va così, il semplice vagare per la tua città, forse il semplice vagare e basta diventa una cosa diversa, più avida, che non so raccontare. Sapevo che avrebbe fatto freddo.

Sono finito ubriaco da qualche parte, a casa di amici. Probabilmente verso Viareggio. O forse Pietrasanta. Non lo so. Ho passato la notte da loro.

Mi sveglio venti ore dopo, mattina presto.
Guardo bene il calendario, che non è il mio, attaccato alla parete che non è la mia.
24 febbraio 2013, è passato un altro anno.

Vado in bagno, cerco acqua per diluire il mal di testa. Puzzo di una notte fuori, apro la finestra per prendere aria.
Ancora poca luce,
avrei dovuto sapere che avrebbe fatto freddo.





Sulle prime dò la colpa all'alcool. Il freddo dalla faccia scende nei polmoni e lava via ogni dubbio:
ce l'ho di fronte davvero.

Ho questo amico, un operatore molto bravo.
E' convinto che se ti svegli presto la mattina, qualunque sessione di riprese tu abbia davanti andrà meglio. Gli ho chiesto perchè, non mi ha mai spiegato bene.
Se guardi la prima luce del giorno, dice lui, resta dentro ogni immagine che giri, dopo.

Scendo in spiaggia.




Non sono solo.
Fa bene, ti aiuta a capire che non è tutto lì solo per te.
Perchè neve e mare per me sono sempre stati due mondi magici, accostabili solo una volta ogni molti anni, e mai così tanto.
Come le profezie.
Tranne che quando succede qualcosa così, finisci per farti certe domande che non vuoi farti mai.
Che riguardano quello che può succedere e quello che no. E chi decide se si o no.

Che riguardano i luoghi dove sei stato, su questa palla di terra, e quelli dove no.
E se c'è un posto per te, negli uni e negli altri.
E ancora, chi decide.
Chi decide dove sei, e se stai bene con quello che hai intorno.




Del giorno che chiamiamo 24 febbraio i Romani ad un certo punto avevano deciso ce ne sarebbero stati due, in un anno, una volta ogni 4 anni. Il secondo lo chiamavano come il primo, ma aggiungevano bis.
Ho sempre pensato fosse un pò come prendere un giornata, con tutto quello che c'è stato dentro, e dargli una seconda possibilità.

A volte, anche in altri giorni, penso la stessa cosa quando mi sveglio presto la mattina e guardo sorgere l'alba.
Fino a quando non torna la notte resto con l'impressione di aver rubato alla realtà quell'intera giornata: quello che accade, i posti che visito, la gente che li vive.

Di aver permesso cose che altrimenti non avrebbero potuto.





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